Torchio da stampa
Caratteri mobili, copiati a migliaia
Tavola
- 1Vite
- 2Barra (mazza)
- 3Platina
- 4Timpano e fraschetta
- 5Forma sul piano del carrello
- 6Manovella
- 7Mazzi per inchiostrare
- 8Stampo a mano per fondere i caratteri
Anatomia
Caricamento della figura…
Il torchio da stampa preme caratteri di metallo inchiostrati su carta umida per mezzo di una vite di legno, così che una pagina di testo può essere copiata centinaia di volte in un giorno. Gutenberg lo unì intorno al 1440 a caratteri mobili fusi e a un inchiostro a base d'olio, e nel giro di cinquant'anni la stampa si era diffusa in tutta Europa.
Che cos’è
Un torchio da stampa deposita l’inchiostro sulla carta per pressione. Lettere fuse in metallo vengono accostate per formare una pagina, inchiostrate, coperte con un foglio umido e schiacciate sotto una piastra piana. Una volta sollevato, il foglio porta l’immagine speculare dei caratteri, che quindi si legge nel verso giusto.
La macchina in sé era un’idea antica. I torchi a vite spremevano uva e olive fin dall’epoca romana, e i cartai li usavano per pressare i fogli bagnati. La novità stava nell’unione del torchio con caratteri di metallo riutilizzabili, che si potevano fondere in fretta e in misure esatte, con un inchiostro che aderiva al metallo e con carta a buon mercato.
Come funziona
Le due metà dello stampo scorrono per adattarsi alla larghezza di ogni lettera, mentre l’altezza di tutti i caratteri resta la stessa.
Il lavoro comincia dai caratteri. Un incisore di punzoni lima la forma di una lettera, rovesciata, sull’estremità di una barretta d’acciaio. Il punzone viene battuto in un piccolo blocco di rame, dove lascia una lettera incavata: la matrice. La matrice va sul fondo di uno stampo a mano, il fonditore vi versa il metallo fuso e, un attimo dopo, apre lo stampo e ne fa cadere un carattere, una piccola asta con la lettera in rilievo su un’estremità.
Lo stampo di Gutenberg si poteva regolare per una «i» stretta o per una «M» larga senza cambiare l’altezza del carattere. È questo che permette a migliaia di caratteri separati di stare insieme e di stampare in modo uniforme. Il metallo, una lega di piombo, stagno e antimonio, fonde a bassa temperatura, riempie i dettagli fini e si consuma lentamente.
I mazzi erano imbottiti di lana o di crine di cavallo e si battevano sui caratteri.
Il compositore prende i caratteri dalla cassa, li allinea riga per riga nel compositoio e forma le pagine. Le pagine vengono poi serrate con dei cunei in un telaio di ferro. Il risultato è la forma, che poggia su un piano di pietra nel carrello del torchio.
Un torcoliere batte i caratteri con due mazzi carichi di un inchiostro fatto di nerofumo e olio di lino. Il suo compagno posa un foglio umido sul timpano, un telaio incernierato rivestito di pergamena, e vi ripiega sopra la fraschetta per tenere puliti i margini. Timpano e fraschetta si abbassano sulla forma. Girando la manovella, il carrello scorre sotto la platina. Una tirata alla barra fa girare la vite di una frazione di giro, la platina scende e il foglio è stampato.
Come costruirlo
Per un torchio funzionante servono un falegname, un fabbro e qualcuno che sappia incidere le lettere.
Costruire l’incastellatura. Unite due pesanti montanti di quercia con un cappello in alto e una traversa più in basso, e puntellate il tutto contro il pavimento e il soffitto. Se l’incastellatura si flette, l’impressione viene sfocata.
La scatola scorre nella tavola di guida senza ruotare, e la platina appesa alle corde scende dritta.
Fare la vite e la platina. Una vite di legno duro e a fibra fitta, come il bosso o il pero, tagliata con un filetto grosso, gira in una madrevite fissata nel cappello. Sotto la madrevite, la vite gira dentro una scatola quadrata di legno che scorre in una tavola di guida senza poter ruotare. A questa scatola è appesa con corde la platina piana, così scende dritta senza ruotare.
Montare il carrello. Una pietra liscia incassata in un cassone di legno scorre su guide sotto la platina. Una manovella, un asse con impugnatura e cinghie di cuoio, la fa entrare e uscire.
Fondere i caratteri. È un lavoro da fonderia specializzata. Incidete punzoni d’acciaio, batteteli nel rame e fondete in uno stampo in due parti, con le precauzioni indicate sotto. In mancanza di una fonderia, anche lettere intagliate in legno duro di testa possono stampare, sebbene più lentamente e in modo meno uniforme.
Preparare l’inchiostro. Macinate il nerofumo nella vernice di lino, cioè olio già addensato col calore, finché non diventa denso come il miele. Comprate la vernice già pronta o fatela preparare da una persona esperta, perché scaldare l’olio comporta rischio d’incendio.
Inumidire la carta. La carta leggermente umida prende molto meglio l’inchiostro. Impilatela per una notte tra fogli bagnati.
Sicurezza. Fondete caratteri solo in un laboratorio attrezzato per il piombo fuso, con crogiolo a temperatura controllata, aspirazione dei fumi, visiera, grembiule e guanti di cuoio. Il metallo fuso schizza con violenza se tocca l’acqua o un attrezzo umido, quindi preriscaldate mestoli e stampi. Il piombo è velenoso: non mangiate mai mentre lavorate, conservate scorie e polvere in contenitori chiusi e lavatevi le mani alla fine. Gli stracci imbevuti di olio di lino possono incendiarsi da soli asciugando: stendeteli all’aperto o teneteli in una latta metallica chiusa piena d’acqua. State lontani dalla corsa della barra.
Storia ed evoluzione
I caratteri mobili furono realizzati per la prima volta in Cina. Negli anni Quaranta dell’XI secolo Bi Sheng stampò con caratteri di argilla cotta, un metodo descritto da Shen Kuo. Più tardi gli stampatori coreani fusero caratteri in bronzo, e il più antico libro conservato stampato con caratteri metallici, lo Jikji, risale al 1377. Stampare caratteri cinesi, in Cina come in Corea, richiede migliaia di tipi diversi, e questo rendeva il metodo costoso.
Johannes Gutenberg, artigiano di Magonza formato nella lavorazione dei metalli, lavorò alla stampa a Strasburgo all’incirca dal 1437 al 1444. In una causa del 1439 alcuni testimoni parlano di un torchio, di piombo e di forme usati in un’impresa segreta, in cui di solito si riconoscono i primi esperimenti di stampa. Tornato a Magonza, con il denaro di Johann Fust, stampò la Bibbia a 42 linee all’incirca tra il 1452 e il 1455. Se ne fecero circa 180 copie, per lo più su carta e le altre su pergamena; ne sopravvivono 48 o 49.
Il mestiere si diffuse in fretta. Entro il 1480 c’erano tipografi al lavoro in circa 110 località, ed entro il 1500 in circa 270 città, che avevano prodotto oltre venti milioni di copie.
Intorno al 1800 il torchio Stanhope, costruito interamente in ferro, raddoppiò la resa. Nel 1814 la macchina a cilindro mossa a vapore di Friedrich Koenig stampò The Times a 1.100 fogli l’ora.